Non ho iniziato a scrivere perché volevo fare lo scrittore.

Ho iniziato a scrivere perché, a un certo punto, osservare non era più sufficiente.

Sono un Carabiniere.

Nel corso degli anni ho lavorato in Italia e all’estero, entrando in contatto con contesti molto diversi tra loro. Realtà concrete, spesso complesse, che mi hanno costretto a osservare il comportamento umano senza filtri.

Ed è lì che tutto diventa più chiaro.

Le persone non cambiano lentamente.
Cambiano quando vengono spinte.

La tecnologia non crea queste dinamiche.
Le accelera.

Rende più veloce il bisogno di visibilità.
Amplifica il conflitto tra ciò che siamo e ciò che mostriamo.
Riduce il tempo che abbiamo per capire cosa sta succedendo.

Il risultato è uno squilibrio.

Sempre più persone faticano a distinguere tra identità reale e identità costruita.
Tra scelta e condizionamento.
Tra controllo e perdita di controllo.

Scrivere è diventato necessario in quel momento.

Non per raccontare storie, ma per mettere ordine.

I miei libri nascono da qui.

Non spiegano la tecnologia.
Mostrano cosa succede alle persone quando la tecnologia entra nelle loro vite senza filtri.

In Io e l’AI, il confronto con una macchina diventa un confronto con se stessi.
In Challenge Accepted, il bisogno di visibilità supera il limite della sicurezza.
In Noah, l’identità digitale diventa uno spazio di manipolazione.
In Fuori dal coro dei passi, emerge il disagio di chi non si riconosce nella direzione collettiva.
In Il contadino irrequieto, il conflitto tra tradizione e modernità diventa quotidiano.

Non sono storie separate.

Sono variazioni dello stesso problema.

Come si resta lucidi in un contesto che cambia più velocemente di noi?

Scrivere, per me, non è un punto di arrivo.

È un modo per osservare meglio.


Gaetano Buglisi

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